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20.05.2010

Rosarno: la rivolta dei fantasmi - Il dramma dell’immigrazione clandestina e di un’integrazione mancata

 * di Ferdinando Spagnolo

 

 

Rosarno: la rivolta dei fantasmi

Il dramma dell’immigrazione clandestina e di un’integrazione mancata


 

 

 

Anziché sparare contro gli extracomunitari, sparate contro la mafia!”. E’ uno dei titoli più forti e significativi dei quotidiani e, a primo vista, potrebbe apparire addirittura il più condivisibile, ma, anche se non lo fosse, offre comunque lo spunto per una riflessione scevra da ipocrisie o conformismi di moda sul fenomeno dell’immigrazione clandestina. La guerriglia urbana scatenatasi a Rosarno qualche settimana fa tra cittadini di quel paese ed extracomunitari, credo non abbia nessun presupposto razzista, ma le ragioni da ricercare sono più profonde, frutto evidentemente anche del colpevole silenzio e della consapevole inerzia di chi sapeva e non ha fatto nulla per evitarlo! Piuttosto, lasciano un po’ perplessi buona parte delle dichiarazioni fatte nelle ultime settimane da tutti coloro, e in questi casi sono sempre tanti, che hanno “sentito il dovere” di dire la loro sui drammatici avvenimenti di Rosarno. Non ci siamo fatti mancare proprio nulla, tutti contro tutti, da destra a sinistra, dalla Chiesa allo Stato. In realtà, nel recente passato, sono stati veramente pochi coloro i quali si sono preoccupati realmente degli immigrati in quella terra disperata. Qualche associazione di volontariato, qualche sacerdote, molti cittadini di Rosarno. Già proprio loro, i presunti “razzisti”! Ma allora che fondamento hanno le accuse rivolte da più parti per una presunta discriminazione? Razzismo, ‘ndrangheta, integrazione sociale, sfruttamento, tutti vocaboli, forse di cui si è abusato, che in queste settimane hanno riempito di contenuti le varie correnti di pensiero che hanno voluto analizzare i fatti successi nella provincia reggina.

 


* Foto Adriana Sapone

 

Prima di tutto credo sia importante fare una premessa per meglio comprendere quanto accaduto. Gli immigrati, per lo più irregolari, o clandestini se il vocabolo rende meglio il concetto, vengono “utilizzati” in Calabria, come in Sicilia, in Puglia o in Campania, per la raccolta dei più svariati prodotti della terra. Fanno un lavoro che nessuno vuole fare, almeno non con questa misera paga e non con queste condizioni lavorative. La guerriglia urbana è esplosa dopo il ferimento, con una carabina ad aria compressa, di due immigrati. Da quel momento è stato un succedersi di violenze arginate  a fatica dalle forze dell'ordine, che hanno evitato una “resa dei conti” ben più cruenta. Una rivolta contro la popolazione, frutto di rabbia e disperazione, ma anche di una mancata integrazione, forse mai realmente cercata e voluta da parte degli extracomunitari, che si “accontentavano” di vivere in uno stato indegno per un essere umano, pur dinanzi alla presenza di numerose case sfitte. Certo la paga non permetteva alloggi a quattro stelle, ma la scelta di vivere in fabbriche dismesse o in rifugi di cartone era consapevolmente voluta. Il forte malessere, figlio di uno sfruttamento selvaggio, e le condizioni disumane di vita hanno fatto il resto. La violenza dei nordafricani si è tramutata ben presto in un furore cieco e bestiale. Una madre strappata con i suoi bambini dall’auto, che poi viene data alle fiamme, una donna incinta che ha perso il figlio, una ragazza colpita da una bombola di gas, bambini minacciati, donne in fuga per i campi per paura di essere aggredite. Voci e fatti, veri o falsi che fossero, si rincorrono per giorni e passano da bocca in bocca alimentando l’ira e l’odio della popolazione. «Donne e bambini non si toccano», a Rosarno ma come credo in tutti i posti del mondo. Forse sta solo in questa definizione la spiegazione dei fatti di Rosarno. A differenza dello scorso anno, quando per analoghe motivazioni si era svolto solo un corteo di protesta, questa volta gli immigrati hanno superato il limite della tolleranza. Si sono avventati su donne, bambini e famiglie inermi, hanno terrorizzato figli e mogli, hanno distrutto tutto quello che trovavano sulla loro strada e ne hanno pagato le conseguenze, subendo la reazione della popolazione. Per questi motivi non si può tacciare di razzismo generalizzato chi ha difeso la propria incolumità e la proprietà, anche se poi la violenza genera sempre altra violenza ed il rischio, divenuto poi realtà, è di collocarsi dalla parte sbagliata. Aggiungiamo poi che non ci meraviglieremmo se la ‘ndrangheta, anche se queste conclusioni le lasciamo agli organi inquirenti, nella “personalissima” ottica del “controllo del territorio”, ha cavalcato, se non provocato, la rivolta e i conseguenti scontri. Ma questa è un’altra storia, che trova le radici nella presenza ancestrale della ‘ndrangheta in ogni spazio della nostra vita quotidiana. C’è da ricordare che da sempre, almeno in queste zone, immigrati e residenti, hanno convissuto in una sorta di pacifica esistenza. Anzi è comunque vero che  molti di questi extracomunitari sono stati concretamente aiutati dalle associazioni di volontariato, da sacerdoti che credono ancora nella loro missione spirituale e sociale, da semplici famiglie. In tali casi ognuno ha fatto la propria parte, mettendo a disposizione quello che poteva ed aveva. Certo lo sfruttamento di gente senza scrupoli, per fortuna una minoranza, è dinanzi agli occhi di tutti. Ma è anche una questione di cultura, o meglio di sottocultura. Nel “florido” Nord, lo stesso lavoro e le stesse mansioni vengono remunerate con paga sindacale e con contratti di lavoro stagionali, ivi compreso un alloggio degno di tal nome. Al Sud, invece, è da decenni che migliaia di immigrati spostandosi come uccelli migratori, vengono sfruttati con paghe vergognose e alloggi inumani. Ma nessuno sembra si sia mai accorto di nulla. Migliaia di persone di colore, che non passano certo inosservati anche per un solo fatto cromatico, ammassati, nel caso di Rosarno, in edifici dismessi e senza servizi igienici. Ogni giorno all’alba, disposti in fila indiana, esposti all’arbitrio di “caporali” senza scrupoli e di datori di lavoro ancor peggio, sfruttati come bestie. Loro erano fantasmi, ma ancor di più lo era chi ha visto ed ha fatto finta di non vedere. Tutti sapevano! Tutti, nessuno escluso! Ora diviene esercizio inutile per la nostra coscienza mostrarsi scandalizzati, saltando sul pulpito dei moralizzatori di turno. Ognuno di noi, nel suo piccolo, ha una parte di responsabilità e diventa difficile tirarsene impunemente fuori. Così come dobbiamo sentirci colpevoli e complici dei drammi che si consumano dinanzi ai nostri occhi, nello scorrere frenetico della quotidianità. Ogni giorno quando ai semafori giriamo infastiditi lo sguardo altrove dinanzi a donne e bambini, esposti al freddo o al sole, che tendono la mano per pochi spiccioli e soprattutto per evitare le percosse serali di padri-mariti sfruttatori, ed ogni notte quando chiudiamo gli occhi davanti a giovani corpi,  a volte anche di minori, che si vendono nelle piazze del centro città a squallidi personaggi che la popolano alla ricerca del piacere, siamo colpevoli e complici di quei drammi. Il nostro paese non sembra ancora preparato ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione e soprattutto non sembra pronto ad una società multietnica, nel rispetto delle usanze e delle tradizioni altrui. Allo stesso tempo, però, bisogna tener conto delle specificità relative ai diversi fenomeni migratori: dall’immigrazione clandestina, frutto della disperazione, ma che porta dietro sé i fenomeni legati allo sfruttamento della criminalità organizzata, all’immigrazione cosiddetta islamica, dove è necessario distinguere i musulmani perfettamente inseriti nella vita sociale da quelli tradizionalisti ed integralisti, più interessati ad occupare spazi territoriali che ad integrarsi. Per questi motivi bisogna riflettere sull’accoglienza ad ogni costo, proseguire nella rigorosa politica contro la clandestinità, respingendo chi viene qui senza avere una occupazione, rimandando a casa i delinquenti e perseguendo chi li fa lavorare in nero. La legge è uguale da Nord a Sud e va fatta rispettare senza eccezioni “territoriali” e “ambientali”. Se vogliamo evitare cattiverie gratuite e razzismo xenofobo, dobbiamo auspicare una reale integrazione, pretendendo al contempo il rispetto delle regole democratiche e civili del nostro paese, da parte di chiunque voglia viverci. Una riflessione finale che forse potrebbe aiutare a leggere ancor più in profondità gli avvenimenti di Rosarno. In quella cittadina, paradossalmente, gli immigrati ed i cittadini potrebbero rappresentare le due facce di una stessa medaglia: schiavi e oppressi di uno stesso sistema, si chiami lavoro nero o ‘ndrangheta, che gestisce e decide la vita degli uomini, soprattutto dove e quando la presenza dello Stato è più debole e non offre punti di riferimento certi. E’ qui che lo Stato deve intervenire in maniera più incisiva ripristinando le più elementari regole di convivenza civile attraverso il rispetto delle leggi, troppo spesso impunemente violate.

 


“Le parole insegnano, gli esempi trascinano. Solo i fatti danno credibilità alle parole” (Sant’Agostino)

 

 

 

*Articolo pubblicato sul numero 15 del periodico “AtlasOrbis” del mese di Maggio, prossimamente in uscita in tutte le edicole di Roma, abbinato al quotidiano “Italia Sera”

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